Gallery
Via Stampatori 4, 10122 Torino
Giorgio Persano apre la galleria di Torino nel 1970 con il nome Multipli. Propone opere dell’arte Pop americana e contemporaneamente cura la produzione di lavori a tiratura limitata con gli artisti dell’Arte Povera.
Dal 1975 inizia con il proprio nome un’attività regolare di progettazione, produzione di opere e mostre che vede coinvolti artisti quali Michelangelo Pistoletto, Mario Merz, Pier Paolo Calzolari, Gilberto Zorio, Mimmo Paladino, Sol Lewitt, Joseph Kosuth, Gerhard Merz, Julião Sarmento e più giovani da Per Barclay, Susy Gòmez, Costas Varotsos, Maria Serebriakova, Rob Birza, Alfredo Romano, a Paolo Grassino e Luisa Rabbia. Nel 2005 apre un nuovo grande spazio in via Principessa Clotilde, dal 2010 sede unica della galleria, che offre agli artisti la possibilità di ‘sperimentare’ anche lavori di grandi dimensioni, tra questi Lawrence Weiner, Nunzio, Pedro Cabrita Reis, Eliseo Mattiacci, Marco Gastini, Lida Abdul, Antoni Abad, Jan Dibbets e Susan Norrie.
Exhibits
27.10.2026 - 22.01.2027
opening: 24.10.2026
27.10.2026 - 22.01.2027
dalle 18 alle 20
«Siamo esseri singolari. L’opera d’arte è qualcosa come un accidente, un accenno; una cosa trasversale che collega fra loro pensieri diversi e li sostiene. […] Un oggetto non può vedersi nella sua totalità d’un sol colpo d’occhio. L’attenzione alla luce è attenzione al presente, non suppone una verità assoluta ma una verità sempre reinventata nei suoi margini» scrive Renato Maestri nelle sue Note di poetica e pratica rispetto alle opere composte dal 1980 al 1988.
È da queste parole e da questo preciso arco temporale che prende forma Siamo esseri singolari, la mostra che Giorgio Persano dedica a Renato Maestri riunendo sculture e disegni realizzati tra il 1980 e il 1988: opere appartenenti a una stagione centrale della sua ricerca e nate negli anni di un intenso dialogo con la galleria.
Per Maestri l’opera non coincide mai con un’immagine definitiva né con un oggetto che possa essere compreso una volta per tutte. Si manifesta piuttosto come una presenza parziale, una possibilità: qualcosa che accade, un evento che obbliga lo sguardo a muoversi, a cambiare posizione, a riconoscere continuamente nuovi rapporti.
La scultura diventa così il luogo di una tensione, in cui la materia conserva la propria evidenza fisica, ma allo stesso tempo pare sottrarsi alla stabilità dell’oggetto. Maestri le compone con oggetti trovati. Lavorandoli fa sì che ciò che appare saldo possa rivelarsi precario, ciò che possiede peso possa acquistare leggerezza, ciò che sembra immobile continui a trasformarsi attraverso la luce e il movimento di chi guarda.
Accanto alle sculture, i disegni mostrano un’altra declinazione dello stesso pensiero. Il foglio non è un luogo bidimensionale e il tratto non è una semplice traduzione. Il disegno è un territorio autonomo nel quale Maestri verifica rapporti, distanze, tensioni e possibilità. La linea misura lo spazio e insieme lo apre; il segno registra un pensiero senza immobilizzarlo.
Per Maestri è necessario concentrarsi sui dettagli contingenziali, dando importanza alle sfumature capaci di fare la differenza. «Costruire figure definite è inutile». Prestare attenzione ai particolari significa infatti prestare attenzione al presente, a ciò che accade nel momento preciso dell’incontro fra opera e osservatore. Se la luce cambia, cambia ciò che vediamo; se cambia il nostro punto di osservazione, l’oggetto si presenta nuovamente. Non esiste quindi una visione assoluta dell’opera, ma una successione di esperienze possibili, ciascuna vera nella propria contingenza.
Il titolo della mostra, Siamo esseri singolari, porta questa riflessione oltre l’oggetto artistico. La singolarità è la condizione attraverso la quale ogni elemento mantiene la propria irriducibilità e, allo stesso tempo, entra in relazione con ciò che lo circonda. Allo stesso modo, l’opera, «accidente» e «accenno», non pretende di ricomporre il mondo in un’immagine definitiva: mette in contatto pensieri, materie e percezioni differenti e li sostiene senza annullarne le distanze.
Riunendo a quasi quarant’anni di distanza opere realizzate tra il 1980 e il 1988, Siamo esseri singolari restituisce così non soltanto un momento preciso del percorso di Renato Maestri, ma una modalità di intendere l’opera come esperienza costitutivamente aperta.
«Siamo esseri singolari. L’opera d’arte è qualcosa come un accidente, un accenno; una cosa trasversale che collega fra loro pensieri diversi e li sostiene. […] Un oggetto non può vedersi nella sua totalità d’un sol colpo d’occhio. L’attenzione alla luce è attenzione al presente, non suppone una verità assoluta ma una verità sempre reinventata nei suoi margini» scrive Renato Maestri nelle sue Note di poetica e pratica rispetto alle opere composte dal 1980 al 1988.
È da queste parole e da questo preciso arco temporale che prende forma Siamo esseri singolari, la mostra che Giorgio Persano dedica a Renato Maestri riunendo sculture e disegni realizzati tra il 1980 e il 1988: opere appartenenti a una stagione centrale della sua ricerca e nate negli anni di un intenso dialogo con la galleria.
«We are singular beings. The work of art is something like an accident, a hint; a transversal thing that connects different thoughts and sustains them. […] An object cannot be seen in its totality at a single glance. Attention to light is attention to the present; it does not presuppose an absolute truth, but rather a truth that is continually reinvented at its margins» writes Renato Maestri in his Notes on Poetics and Practice, referring to works made between 1980 and 1988.
It is from these words, and from this precise period of time, that We Are Singular Beings takes shape: an exhibition that Giorgio Persano dedicates to Renato Maestri, bringing together sculptures and drawings made between 1980 and 1988. These works belong to a pivotal period in his practice and emerged during the years of an intense dialogue with the gallery.
Orari: Dal martedì al venerdì dalle 10 alle 14 e su appuntamento
Renato Maestri, Fiamma, 1981, Beola e rovere, Courtesy: Galleria Giorgio Persano
16.09.2026 - 17.10.2026
opening: 15.09.2026
16.09.2026 - 17.10.2026
h. 18
Lina Fucà torna negli spazi della galleria a dieci anni di distanza. L’esposizione si articola nelle seguenti opere: il video Didikidim (2021), le installazioni scultoree Dentro le nostre paure ci sono ferite antiche (2022-2026) e Piccola parte di me (2026) e la grande carta Torniamo a casa (2026). Che cosa significa tornare a casa? Che cosa rende una casa tale? E, soprattutto, c’è un modo non nostalgico di compiere questo movimento? Nel rispondere a queste domande, Lina Fucà tiene insieme i frammenti della sua e della nostra identità per ricomporli altrimenti. In Didikidim, parola che in lingua kotokoli significa mangiare, il movimento di ritorno e rilancio è compiuto innanzitutto dalle onde del Mediterraneo, il cui rumore si mischia alle voci che ripetono la parola mangiare in molte lingue. L’opera prende origine dal lavoro dell’artista con migranti in attesa di asilo politico provenienti dal Togo. Il tema della migrazione risuona fortemente con quello del ritorno a casa, mostrando come avanzamento e retrocessione si intreccino in un unico ritmo. Anche Dentro le nostre paure ci sono ferite antiche fa i conti con il tema delle radici, della provenienza. L’opera mette in scena l’eredità siciliana dell’artista e delle generazioni che l’hanno preceduta, saggiandone il peso. Le strutture in ferro dell’opera sorreggono infatti delle visazze tradizionali per il trasporto del grano, anticamente portate da muli. Se le prime due opere problematizzano la casa intesa innanzitutto come luogo geografico, Piccola parte di me affronta il tema da una prospettiva più intima. Le delicate sculture in gesso sono frammenti sospesi di un corpo femminile. Il ritorno a casa assume qui un significato più personale, ma altrettanto politico. Il corpo femminile è da sempre al centro delle lotte che hanno a che fare con la casa e il rifugio, specialmente in questo momento storico. Il lavoro indaga ciò che resta di questo corpo smembrato, macchiato di un blu marino. Torniamo a casa, opera che dà il titolo alla mostra, è un grande paesaggio astratto e ipnotico, in cui trovano spazio le contraddizioni che legano il doppio movimento del ritorno e dell’avanzamento e quello dell’identità e della differenza. Questa carta cerca di dare una rappresentazione al miraggio di chi desidera tornare a casa, una visione per gli esuli del nostro presente. Lina Fucà (Torino, 1972). Dopo aver frequentato il Liceo Artistico, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Torino, diplomandosi in pittura. Negli stessi anni inizia a compiere performance con il gruppo teatrale Il Barrito degli Angeli. Questa esperienza amplifica l’attitudine dell’artista a far dialogare la propria pratica figurativa con altre forme espressive quali teatro, cinema e video. L’evoluzione naturale di questa dinamica la porta ad occuparsi di scenografia e costumi con numerose realtà della scena teatrale e cinematografica indipendente. L’interazione fra diversi linguaggi è divenuta in questi ultimi anni la caratteristica della sua ricerca, che parte innanzitutto da una riflessione sulla percezione di sé in rapporto alla percezione “degli altri”.
Nel 2013 partecipa alla rassegna Meteorite in giardino della Fondazione Merz di Torino. Nel 2016 tiene la sua prima mostra personale presso la Galleria Giorgio Persano. Nell’estate dello stesso anno la Fondazione Merz invita Lina Fucà a una residenza artistica a Cuba. Recentemente, l’artista ha tenuto una personale presso l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid (2017) e realizzato la mostra “Solo da bambini” (2019) alla Fondazione Merz di Torino. Nello stesso anno ha partecipato a Palermo al progetto “Intermezzo 2019”, una rassegna di videoarte curata da Agata Polizzi per la Fondazione Sicilia. Nel 2021 espone il suo lavoro in due personali nella Sala delle Carceri del Castel dell’Ovo di Napoli e al CARME di Brescia. Nel 2022 partecipa ad una collettiva dal titolo Tracce/Huellas – Arte Italiana. Opere dalla Galleria Giorgio Persano 1970-2021, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid. Nel 2023 espone l’opera video Didikidim all’interno di Spazio Portici – Videoarte – Where the world ends. Nel 2026 partecipa alla mostra collettiva ELLAS, curata da Oliva Arauna a Torre del Don Borja.
11.03.2026 - 24.05.2026
opening: 10.03.2026
11.03.2026 - 24.05.2026
L’esposizione esplora il tema dell’identità, in tensione tra memoria e oblio, attraverso una serie di lavori fotografici concepiti a Kabul dal 2005 al 2013.
Lida Abdul si definisce un’artista nomade. A causa delle guerre che hanno lacerato il suo paese d’origine, l’Afghanistan, la vita di Abdul è infatti segnata da continui spostamenti. Il suo lavoro mette a tema l’eredità di questi conflitti, esplorando il rapporto tra la fissità dell’identità e l’inarrestabile dinamismo del vivente, la questione dell’esilio e quella della resistenza politica.
La mostra si apre con una grande fotografia del 2008 in cui dei bambini giocano con un vecchio aereo militare russo nella periferia di Kabul, mostrando come la bellezza e l’innocenza del gioco possano fornire un antidoto alla tragedia. Nelle fotografie della serie Brick sellers of Kabul (2006), invece, una fila di bambini è intenta a ricostruire una scultura cubica con alcuni mattoni recuperati dalle rovine circostanti. La scena, che si svolge durante una tempesta di sabbia, esprime il surrealismo e la temporalità sospesa di questo momento in cui distruzione e ricostruzione si intrecciano in un rito. La serie White House (2005), in cui un uomo di spalle contempla le rovine di un edificio istituzionale distrutto da un bombardamento statunitense, è il frutto di un lavoro performativo in cui l’artista dipinge le macerie di bianco – colore fortemente simbolico. Nella cultura islamica, infatti, il bianco è associato al lutto. In quella cattolica, alla pace. Il bianco è però anche il colore dell’oblio, nonché, come il titolo ci suggerisce ironicamente, dell’edificio simbolo del potere statunitense. White House ci mette quindi di fronte all’irriducibile complessità di ogni operazione di elaborazione.
Infine, in Time, Love and the Workings of Anti-Love II (2013-2017), Abdul raccoglie e ingrandisce alcune fotografie per passaporti trovate durante un viaggio di ricerca nel paese nel 2010 e appartenenti a un fotografo di strada. Le immagini, scattate durante gli anni di conflitto, sono testimonianza delle conseguenze della guerra sulle vite concrete delle persone che vi sono implicate, delle storie e delle speranze che si celano dietro i loro sguardi. Ad essere al centro, ancora una volta, è la tensione tra immobilità e movimento, l’inestricabile intreccio di memoria collettiva e oblio.
Nuovi orari: martedì – venerdì | h. 10-14
Lida Abdul
Kabul, 1973. Vive e lavora a Los Angeles e Kabul.
Prima artista del suo paese a rappresentare l’Afghanistan alla 51esima edizione della Biennale di Venezia nel 2005, è stata quindi selezionata per partecipare a numerose Biennali e Triennali: Bienniale di São Paulo 2006; Bienniale di Gwangju 2006; Bienniale di Mosca 2007; Sharjah Biennial 2007; Göteborg Biennial 2007; Biennale di Venezia 2015; Triënnale Brugge 2015; Dhaka Art Summit 2014 – 2016; Busan Biennale 2016; Istanbul Biennial 2022. La sua opera è inoltre stata presentata in numerose mostre internazionali, tra cui: Istanbul Modern, Istanbul; Kunsthalle, Vienna; Museum of Modern Art, Arnhem; Miami Central, Miami; ICA Toronto, Toronto; ZKM Karlsruhe, Karlsruhe; Capc, Bordeaux; CAC, Brétigny; Frac Lorraine, Metz; Musée Chagall, Nice; National Museum, Kabul; Tate Modern, London; MOMA, New York; Location One, New York; OK Centrum for Contemporary Art, Linz; Western Front Exhibitions and Centre A, Vancouver; Indianapolis Museum of Art, Indianapolis; Royal Academy of Arts, London; The Andy Warhol Museum, Pittsburgh; Zentrum Paul Klee, Berne; Museum on the Seam, Jerusalem; Louis Vuitton Espace, Paris; Palais de Tokyo, Paris; dOCUMENTA (13), Kassel; Fundação Calouste Gulbenkian, Lisbon; CAC, Málaga; Fondation Calouste Gulbenkian, Paris; MART, Rovereto; Total Museum of Contemporary Art, Seoul; Fondazione Merz, Torino; CAP, Lyon; Museum of Contemporary Art, Taipei; National Gallery of Art, Warsaw; Solomon R. Guggenheim Museum, New York. Ha vinto il Taiwan Award (2005), il Premio Pino Pascali (2005), il Prince Claus Award (2006), l’UNESCO Prize for the Promotion of the Arts (2007) ed è stata finalista della Prima edizione Mario Merz Prize (2015). Il suo lavoro compare in numerose collezioni private e pubbliche, tra le quali quella del Frac Lorraine, Metz; della GAM, Torino; della Fondation Louis Vuitton, Parigi; del MOMA, New York; del Solomon R. Guggenheim Museum, New York; e della Sharjah Art Foundation, Sharjah, UAE.
26.10.2025 - 24.01.2026
opening: 25.10.2025
26.10.2025 - 24.01.2026
L’esposizione esplora la dimensione visiva e corporea delle immagini mentre vengono plasmate e rimodellate dalla storia. Il cuore della mostra è il film ЦIумихъ (Tsumikh – che in lingua avara significa “Dall’Aquila”) (2023), che esplora la complessa stratificazione di storia, memoria e commemorazione. Con una coreografia che alterna autobiografia, documentario e performance, Makhacheva esamina la vita e l’eredità culturale di suo nonno, il celebre poeta avaro Rasul Gamzatov. Il film mette a confronto le commemorazioni ufficiali di Gamzatov, i ricordi personali dell’artista e la sua percezione nell’immaginario collettivo odierno. Makhacheva appare nel film, cimentandosi nell’impossibile compito di interpretare suo nonno. Il suo personaggio è presentato attraverso una serie di incontri in cui un ensemble di personaggi – tra i quali degli addetti all’arte, un autista di furgoni, una direttrice museale e dei funzionari statali – rivendica la conoscenza del poeta. Attraverso una messa in scena cinematografica dei busti scultorei di Gamzatov, delle storie orali e dei documenti d’archivio, l’artista rivela le discrepanze tra la memoria pubblica e quella privata, dove vari cimeli vengono ripetutamente costruiti e decostruiti.
Il secondo film presentato in galleria, Ясалъул яс (Yasalul yas – in lingua avara “La Figlia della Figlia di”) (2024), è incentrato su una scultura in cemento che raffigura tre generazioni della famiglia dell’artista. All’interno si trova il busto del bisnonno, Gamzat Tsadasa, studioso islamico e scrittore appartenente alla prima generazione di personaggi pubblici del Daghestan a essere immortalati in bronzo; a racchiuderlo vi è un busto in gesso del nonno, Rasul Gamzatov. Queste due sculture sono a loro volta contenute in un blocco di cemento le cui proporzioni corrispondono alla testa e alle spalle della madre dell’artista, Patimat Gamzatova. Per Makhacheva, questo atto di stratificazione prende origine da una frase udita durante una presentazione: “Расулилясалъул яс” (Rasulil yasalul yas, in lingua avara “la figlia della figlia di Rasul”). Questa sovrapposizione è allo stesso tempo una consacrazione e un occultamento, una conservazione e una cancellazione, un ricordo e un rifiuto, rivelando come le storie vengano scolpite, modellate e monumentalizzate.
Una serie di fotografie e oggetti documenta e decostruisce ulteriormente questo tema centrale. The Making of (2024) svela la composizione della scultura, mentre 42.6729165, 47.7314644 (2023) prende il nome dalle coordinate dell’installazione, tracciando gli spostamenti del lavoro. Inizialmente creata come oggetto di ancoraggio nel suo film, l’opera termina il suo viaggio collocandosi nel paesaggio del Daghestan e trasformandosi in un monumento privato.
La mostra invita dunque i visitatori a esaminare l’architettura della memoria: attraversando lo spazio dell’intimità e delle relazioni, l’artista cerca di recuperare l’immagine del nonno e poeta, sottraendolo alla strumentalizzazione da parte di alcune narrazioni politiche. Makhacheva analizza come si costruiscono le storie e cosa nascondono i monumenti, ponendo una domanda cruciale che risuona in ogni opera: chi ha veramente il diritto di plasmare la storia, e come questa vive, respira e si trasforma nelle mani degli altri?
Giorgio Persano is pleased to present Seeing, Touching, Imbibing, a solo exhibition by Taus Makhacheva. The exhibition explores the visual and corporeal life of images as they get cast and recast in history. At the heart of the exhibition is the film ЦIумихъ (Tsumikh – Avar for “At the Eagle’s”) (2023), which explores the complex layering of history, memory and memorialisation. Choreographing between autobiography, documentary and performance, Makhacheva examines the life and afterlife of her grandfather, the celebrated Avar poet Rasul Gamzatov. The film juxtaposes official commemorations of Gamzatov, the artist’s personal recollections, and his image in public memory today. Makhacheva features herself in the film, rehearsing the impossible task of being cast as her grandfather. Her character is presented through a series of encounters where an ensemble of figures — from art handlers and a van driver to a museum director and state officials — lays claim to the poet. Through a cinematic staging of Gamzatov’s sculptural busts, oral histories and archival records, the artist reveals the discrepancies between public and private remembrance of the poet, where various memorabilia is repeatedly constructed and deconstructed. The second film presented in the exhibition, Ясалъул яс (Yasalul yas – Avar for “The Daughter of the Daughter of”) (2024), focuses on a concrete sculpture that captures three generations of the artist’s family. At its core is a bust of the artist’s great-grandfather, Gamzat Tsadasa, an Islamic scholar and writer who belonged to the first generation of public figures in Dagestan to be memorialised in bronze. Encasing it is a plaster bust of her grandfather, Rasul Gamzatov. These two busts are further encased within a concrete block whose proportions match the head and shoulders of the artist’s mother, Patimat Gamzatova. For Makhacheva, this act of layering histories arises from a phrase she once heard when being introduced to someone: “Расулил ясалъул яс” (Rasulil yasalul yas, Avar for “the daughter of the daughter of Rasul”). This layering is at once an enshrinement and a concealment; a preservation and an erasure; a remembrance and a refusal: showing how histories are sculpted, moulded and monumentalised. A series of photographs and objects further documents and deconstructs this central motif. “The Making of” (2024) unfolds sculpture’s composition, and “42.6729165, 47.7314644” (2023) is named after the installation’s coordinates, tracing the sculpture’s journey. Initially created as an anchoring object in her film, the work completes its travel by being placed in the Dagestani landscape, transforming into a private monument. The exhibition invites visitors to examine the architecture of memory. Traversing the space of intimacy and relations, the artist attempts to reclaim the image of her grandfather and poet from its instrumentalisation by larger political narratives. Makhacheva dissects how histories are built and what monuments conceal, posing a crucial question that resonates through each piece: who truly has the right to shape history, and how does it live, breathe, and transform in the hands of others? Taus Makhacheva (b.1983) creates works that explore the restless connections between historical narratives and fictions of cultural authenticity. Often humorous, her art considers the resilience of images, objects and bodies emerging out of stories and personal experiences that complicate notion of empires. Her methodology involves reworking materials, landscapes and monuments, pushing against walls, opening up ceilings and proliferating institutional spaces with a cacophony of voices. Selected exhibitions include Bukhara Biennial (2025), Diriyah Contemporary Art Biennale (2024), Gwangju Biennale (2023), Biennial of Difficult Heritage (2021), the Yokohama Triennale (2020), Lahore Biennale (2020), Kaunas Biennial (2019), Lyon Biennale (2019), Riga International Biennial of Contemporary Art (2018), Liverpool Biennial (2018), Manifesta (2018), Yinchuan Biennale (2018), Venice Biennale (2017), Shanghai Biennale (2016), Moscow Biennial (2015), Kyiv Biennial (2015), and Sharjah Biennial (2013).
Photo credit: Taus Makhacheva, Цlумихъ (Tsumikh – Avar for “At the Eagle’s”), 2023, single-channel video, colour, sound, 59 min 45 sec. Production Support by Sharjah Art Foundation Production Grant with additional support from the patrons group at the Tselinny Center of Contemporary Culture, Courtesy the artist
03.11.2024 - 28.02.2025
opening: 02.11.2024
03.11.2024 - 28.02.2025
Julião Sarmento
Inadequate Readings (with every breath), 2003
acetato di polivinile, pigmenti, gesso e acrilico su tela di cotone grezzo | polyvinyl acetate, pigments, chalk and acrylic on raw cotton canvas
270 x 404 cm
Courtesy Galleria Giorgio Persano
06.07.2024 - 19.10.2024
opening: 05.07.2024
06.07.2024 - 19.10.2024
Mostra 1
NICOLA DE MARIA, JAN DIBBETS, MARCO GASTINI, MARIO MERZ, MARISA MERZ, NUNZIO, MICHELANGELO PISTOLETTO, JULIÃO SARMENTO, COSTAS VAROTSOS, MICHELE ZAZA
Mostra 2
LUISA RABBIA
The Gods
Giorgio Persano ha il piacere di ospitare, nel giardino interno di Palazzo Scaglia di Verrua, tre nuove opere pittoriche di Luisa Rabbia, parte della recente serie intitolata The Gods.
La mostra, concepita come spazio di riflessione sulla vulnerabilità e l’imprevedibilità dell’esistenza umana, intreccia eventi attuali con cosmologia e elementi letterari come Le metamorfosi di Ovidio – peraltro raffigurate anche nel ciclo di affreschi seicenteschi sulla facciata e nel cortile della galleria. Per Ovidio, una vera comprensione del mondo significa negare la sua oppressiva solidità e permettere che tutto si trasformi in qualcos’altro. Conseguentemente, la metamorfosi da una materia all’altra è possibile, nonostante le apparenze esterne, perché tutte le forme originano dalla stessa sostanza. Questo legame intrinseco tra tutte le entità viventi giace al centro del linguaggio artistico di Luisa Rabbia. Rappresentazioni di esseri umani, corpi che evocano paesaggi, forme cellulari e vegetali, tutto si fonde nel suo lavoro riflettendo l’interesse dell’artista per il concetto che tutte le cose sono la causa cooperante di tutto quello che esiste.
Utilizzando un linguaggio espressivo e personale, le opere di Luisa Rabbia rappresentano corpi più o meno astratti che evocano temporalità, spiritualità, paesaggi interiori e interconnessione fra le forme viventi. Nonostante sia il momento contemporaneo ad inspirarla, l’artista cerca un linguaggio atemporale, che si estenda oltre il quotidiano e inviti a ponderare le complessità dell’esistenza umana.
31.10.2023 - 02.03.2024
opening: 28.10.2023
31.10.2023 - 02.03.2024
Nicola De Maria
28 ottobre 2023 – 24 febbraio 2024
+
Marisa Merz
28 ottobre 2023 – 24 febbraio 2024
Mostra in contemporanea da Giorgio Persano e Tucci Russo, Torino, in collaborazione con la Fondazione Merz.
21.06.2023 - 30.09.2023
opening: 20.06.2023
21.06.2023 - 30.09.2023
Mostra 1
GIUSEPPE LANA : “Drifting back and forth”
La personale di Giuseppe Lana “Drifting back and forth” parte del più ampio progetto di ricerca denominato “Passaggi”, recentemente presentato all’Istituto Italiano di Cultura di Madrid (febbraio – aprile 2023).
In “Passaggi” l’artista indaga l’esigenza dell’uomo, sia egli un singolo individuo o un’intera comunità, di muoversi sulla terra, interrogandosi su come questa libertà, nella realtà contemporanea, entri in conflitto con interessi geopolitici, apparati burocratici statali e ideologie reazionarie.
All’interno della galleria, grandi putrelle di ferro si impongono con ostile autorità delimitando lo spazio fisico ed evocando un immaginario bellico. Appena abbozzate, nella loro austerità e incompiutezza queste simboleggiano lo spirito con cui le nazioni affrontano il fenomeno migratorio: uno sforzo sufficiente a ostacolare, lontano da soluzioni concrete.
In mostra le sculture dialogano con grandi tele costellate da una pittura invisibile e silenziosa, abitata da sciami di minuscole zanzare, “insetti che popolano uno spazio ideale, suggeriscono un transito che, nell’apparente miniatura della scala dimensionale, nasconde la gigantesca drammatica portata di un fenomeno che, inesorabile, contrassegna le sorti di molte persone e corrode le coscienze.” (Agata Polizzi)
In “Drifting back and forth” (“Avanti e indietro, alla deriva”), Lana esplora le diverse nature dei processi migratori e la loro gestione, riconoscendo quanto il tentativo di arginare il fenomeno sia spesso veicolato da politiche miopi e inefficaci, in un susseguirsi di azioni ripetitive ed improduttive che non solo non rispondono al bisogno di trovare luoghi sicuri da abitare, ma riducono lo spostamento delle masse ad una vera e propria lotta per la sopravvivenza.
Mostra 2
GROUP SHOW : Opere di Robert Barry, Joseph Kosuth, Julian Schnabel e Lawrence Weiner
Nello spazio del giardino interno della galleria, la galleria espone una selezione di importanti lavori di grandi maestri contemporanei: Robert Barry, Joseph Kosuth e Lawrence Weiner, tra i principali esponenti e teorizzatori dell’arte concettuale, e Julian Schnabel, illustre rappresentante del movimento neoespressionista americano. Il progetto espositivo si articola intorno a quattro opere accumunate dall’uso del linguaggio che, per citare Weiner, è cruciale in quanto suggerisce che non è necessario creare o costruire per fare arte. I lavori in mostra utilizzano la scrittura – un’incursione nella ricerca di Schnabel, una prassi per gli altri – come strumento per alterare il convenzionale rapporto tra significato e significante, lasciando il massimo livello di autonomia interpretativa al pubblico. Le parole, secondo Barry, pur rispondendo ad una estetica e ad uno spazio che occupano e creano intorno a sé, sono da intendersi più come segni per dimostrare che c’è arte, indicare la direzione verso la quale questa esiste, per preparare ad essa, invitando a trascendere i limiti della materialità. Ed è questa nuova dimensione creativa che presenta l’oggetto artistico come puro linguaggio ad aver contribuito ad una significativa svolta nella storia dell’arte.
Robert Barry (New York, 1936). Vive e lavora nel New Jersey. Ha partecipato alla Biennale di Parigi (1971), Documenta 5 (1972) e la Biennale di Venezia (1972). Gli sono state dedicate mostre personali alla Tate Gallery di Londra, alla Kunsthalle di Norimberga, al Kustmuseum di Lucerna, allo Stedelijk Museum di Amsterdam e alla Kunsthalle di Losanna. I suoi lavori figurano nelle collezioni dei maggiori musei del mondo, tra questi menzioniamo: Whitney Museum of American Art, New York; Museum of Modern Art, New York; Centre Georges Pompidou, Parigi; Kunstmuseum, Basilea; National Gallery of Art, Washington; Solomon R. Guggenheim Museum, New York; Museum für Kunst Monderne Frankfurt am Main, Francoforte; Museum of Contemporary Art, Los Angeles; Musée d’Orsay, Parigi.
Joseph Kosuth (Toledo, 1945). Vive e lavora a New York. Nel corso della sua carriera ha partecipato a sette Documenta e otto Biennali di Venezia, ricevendo nell’edizione del ’93 la Menzione d’Onore. Tra gli altri premi e onorificenze di cui è stato insignito ricordiamo il Brandeis Award (1990), il Frederick Wiseman Award (1991), la carica di Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres della Repubblica Francese (1993) e la Decorazione d’Onore in Oro per i servizi resi alla Repubblica Austriaca (2003). Sue opere sono presenti nelle collezioni dei musei d’arte moderna e contemporanea più importanti del mondo: Museum of Modern Art, New York; Tate Gallery, Londra; Solomon R. Guggenheim Museum, New York; Whitney Museum of American Art, New York; Van Abbemuseum, Eindhoven; Stedelijk Museum, Amsterdam; Musée du Louvre, Parigi; National Gallery of Victoria, Melbourne; Museum of Contemporary Art, Sydney; Centre Georges Pompidou, Parigi; Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma.
Julian Schnabel (New York, 1951). Vive e lavora a New York e Montauk, Long Island. Partecipa alla Biennale di Venezia nel 1980 e nel 1982. Artista poliedrico, oltre la pittura la sua ricerca abbraccia scultura, cinema, architettura e design. Tra le istituzioni che accolgono i suoi lavori nelle loro collezioni permanenti ricordiamo: Museum of Modern Art, New York; Whitney Museum of American Art, New York; Solomon R. Guggenheim Museum, New York; Solomon R. Guggenheim Museum, Bilbao; Metropolitan Museum of Art, New York; Tate Gallery, Londra; San Francisco Museum of Modern Art, San Francisco; Centre Georges Pompidou, Parigi.
Lawrence Weiner (New York, 1942 – 2021). Durante la sua carriera ha partecipato a quattro edizioni di Documenta e ad altrettante Biennali di Venezia. Tra i numerosi premi e onorificenze ricevuti, ricordiamo due National Endowments for the Arts Fellowships (1976 e 1983), una Guggenheim Fellowship (1994), il Premio Wolfgang Hahn (1995), la Skowhegan Medal for Painting/Conceptual Art (1999), il Roswitha Haftmann Foundation Prize (2015), il Wolf Prize e l’Aspen Award for Art (2017). Nel 2022 l’Arsenale di Venezia ha ospitato un’importante retrospettiva del suo lavoro. Opere dell’artista compaiono nelle collezioni del British Museum, Londra; Museum of Contemporary Art, Los Angeles; Museum of Modern Art, New York; Solomon R. Guggenheim Museum, New York; Art Institute, Chicago; National Gallery of Art, Washington; Centre Georges Pompidou, Parigi; Tate Modern, Londra
24.01.2023 - 06.05.2023
opening: 23.01.2023
24.01.2023 - 06.05.2023
Giorgio Persano presenta una nuova personale di Susy Gómez, artista spagnola che da quasi trent’anni collabora con la galleria. Il progetto espositivo si articola intorno ad inedite fotografie di grande formato ed una importante scultura storica, Via Nuova (1995-1997), dalla quale trae il titolo la mostra.
Al centro della sala due corpi dorati si protendono l’uno verso l’altro, entità trasfigurate plasmate restituendo forma alla memoria di un gesto. Prodotti da un’azione performativa, l’artista ha ricoperto il suo corpo con una pasta di porcellana, rimanendo per ore in uno stato meditativo, fino a quando la massa non ha raggiunto la solidità di un vaso e si è aperta come una conchiglia. Questi “gusci” sono poi stati rivestiti di una patina di oro che, in continuità concettuale con l’arte del passato, si è fatta tramite tra la realtà fisica e quella incorporea. Ed è proprio questa la condizione dell’opera, che incarna un ricordo che si dissolve e diventa vestigia dello spirito.
Proseguendo nella sua ricerca fotografica, Gómez seleziona soggetti provenienti da riviste, se ne appropria e vi interviene pittoricamente, coprendo parti dei corpi femminili rappresentati. Le immagini così elaborate sono quindi fotografate, sottoposte a un forte ingrandimento ed infine riprodotte su pannelli di alluminio. Le opere stesse trascendono quindi la loro condizione di fotografie: la dimensione, il supporto metallico che conferisce spessore e materialità, l’essere posizionate a terra, suggeriscono allo spettatore di identificare anch’esse come sculture.
Attraverso una sineddoche visiva dove gli elementi isolati dei soggetti sono esaltati, Gómez riconosce particolari che possono essere qualcosa che non notiamo, o ai quali prestiamo invece attenzione. Nei lavori dell’artista le figure sono dunque celate, nascondono il tutto per rivelare una parte e, su questa parte, l’artista costruisce una riflessione sull’identità individuale e sulla rappresentazione del femminile. Tentando di spezzare gli stereotipi imposti da una società patriarcale e machista, le figure sono presentate in bilico tra materia e trascendenza, facendosi manifesti della difficoltà di raggiungere una totale comprensione e dominio sul proprio corpo.
ALFREDO ROMANO
La galleria Persano è felice di ospitare, nel giardino interno di Palazzo Scaglia di Verrua, i nuovi lavori di Alfredo Romano. Ad una grande un’installazione sonora si affianca un’opera storica ed una inedita serie di pitture su alluminio particolarmente rappresentative della sua ricerca, da sempre sostenuta da un solido impegno etico. Non sarebbe infatti possibile comprendere a pieno il lavoro dell’artista se non colto all’interno del contesto siciliano e del suo retaggio millenario, fatto di culture e poteri in costante ascesa e declino e del rapporto di questi con l’individuo. Le opere di Romano vogliono scuoterci dall’inerzia, comunicando la condizione dell’artista in seno ad una società sopraffatta da conflitti, lotte e disperazione. I temi che vengono affrontati sono sempre complessi e legati alla fragilità della forma, alla precarietà dell’esistenza, alla caducità delle cose, alla solitudine. Le opere, invase dal catrame, appaiono come sedimentazioni geologiche, un monito del tempo che scorre. Sotto il catrame troviamo una pittura, una storia occultata, soffocata, è un quadro che per rivelarsi ne distrugge un altro, un’entità che prevale nella sua densità oscura. La scelta della tecnica è particolarmente evocativa: un materiale edilizio, e perciò usato per costruire, ma che nel colare sembra lava bruciante e distruttiva. Il parallelismo offerto è di un potere che nell’affermazione di se stesso inghiotte e reprime ogni cosa nel tentativo di divenire totale. Come può il singolo opporsi alla compatta visione offerta da quel potere?
Una simile tensione la ritroviamo in Senza titolo (1990), dove i cilindri in marmo ordinati sulla lamiera in alluminio ci restituiscono una storia fossilizzata e impossibile da decifrare. La medesima drammaticità è inoltre evocata dall’installazione sonora. Nella musica di Giuseppe Gavazza rintracciamo una coerente urgenza espressiva, con le panche che paiono vibrare da dentro, trovando nella musica la loro voce. Per l’artista: “Vorrei che il mio lavoro fosse un canto, che lasciasse passare un silenzio e che si allontanasse verso un punto di aspirazione comune. Che ubbidisse alla stratificazione degli antichi avvenimenti storici della nostra tradizione, al sentimento dell’esistenza, e che risvegliasse quel senso di identificazione istintiva che passa attraverso il riconoscimento di un’appartenenza fisica e poetica. Il mio lavoro è come una litania, una preghiera che si articola tra rivelazione (luce) e nascondimento (ombra)”.
Alfredo Romano (Siracusa, 1946), vive e lavora a Siracusa. Nel 1986 espone alla XLII Biennale di Venezia e Giorgio Persano gli dedica la prima di numerose personali nella sua galleria a Torino. Seguono esposizioni alla Galería Montenegro, Madrid, alla Galería Nota Bene, Cadaquès e alla Galerie Patricia Schwarz, Stuttgart. Tra le successive personali si annoverano: “Sueno” e “Nodi”, Galería Oliva Arauna, Madrid; “Unto”, Château de La Napoule, Mandelieu; “Le voyage au bout de la nuit”, Le Creux de l’Enfer Centre d’Art Contemporain, Thiers; “Convitto”, MAMAC Musée d’Art Moderne et d’Art Contemporain, Nizza; Palazzo Bach Hamba, Istituto Alta Cultura, Tunisi; “Sette opere della misericordia”, Palazzo Sant’Elia, Palermo. Si ricordano tra le ultime esposizioni: “Rammendi”, Istituto Italiano di Cultura di Atene; “Una generazione meno. Tra luci e ombre”, Amnesty International, Camp!, Atene; “Siamo tutti Greci”, Museo Benaki, Atene; “Intrecci”, Fondazione Orestiadi, Gibellina, Trapani; “Angelis suis mandavit de te”, Museo Bizantino e Cristiano, Atene; “Angelis suis mandavit de te”, Centro Culturale Europeo, Delfi; FERITOIE – RAMMENDI. L’eternità è l’opposto dell’estinzione, Festival Synoikismos, Elefsina.
Suzy Gómez, Via Nuova
19.10.2022 - 23.12.2022
opening: 18.10.2022
19.10.2022 - 23.12.2022
Giorgio Persano è lieto di presentare, al primo piano di Via Stampatori 4, una nuova personale di Per Barclay, frutto della collaborazione più che trentennale tra l’artista norvegese e la galleria. Nello spazio di Palazzo Scaglia di Verrua due grandi installazioni si interrogano sul concetto di casa, tempo e spazio. Le costruzioni, dapprima riconoscibili come luoghi fisici, vengono immediatamente svuotate della loro funzione abitativa, trasformandosi in spazi assoluti, non contaminati, che pur trasparenti si chiudono all’esterno. Considerate come un’estensione delle celebri camere d’olio dell’artista – nelle quali l’affacciarsi dello spazio reale nel liquido gioca sia formalmente sia concettualmente con la simbologia del doppio, non tanto creando un semplice riflesso, quanto producendo una sensazione psicologica di sprofondamento verso un’altra dimensione – anche le stanze di Barclay riflettono sul tema dell’inaccessibilità, con chiari riferimenti alla pittura nordica del ‘900. Il primo lavoro in mostra è un’opera storica, un “interno” in vetro e ferro sospeso. In questo contrasto visivo tra leggerezza e durezza, irrompe una lama di luce portatrice di vita, che carica il lavoro di speranza: speranza che qualcosa possa comunque nascere in un posto dove vita non c’è. Nell’inedito “Senza titolo” (2022) due strutture in vetro e ferro sono invece montate su muretti di cemento ed ospitano ciascuna un tamburo. Dalle fragili pareti si propagano potenti i colpi degli strumenti, che risuonano allarmanti a minacciare la struttura stessa che li supporta. In un equilibrio di inquietudine e perfezionismo estetico, di ciclo continuo di inizio-fine / dentro-fuori / caldo-freddo / presenza-assenza, le case non case di Barclay divengono così proiezioni di luoghi mentali che invitano lo spettatore a ritrovarvi ricordi comuni: “Il mio lavoro vuole rappresentare la tensione quotidiana, quella specie di ansia che ognuno di noi percepisce nel contrasto tra bellezza e comfort, tra le grandi possibilità proprie del nostro tempo e l’estrema precarietà del nostro vivere.“
Per Barclay (Oslo, 1955), vive e lavora a Torino e Oslo. Ha studiato Storia dell’Arte all’Università di Bergen, completando poi la sua formazione all’Istituto Statale d’Arte di Firenze, all’Accademia di Belle Arti di Bologna ed infine all’Accademia di Belle Arti di Roma. Nel 1990 partecipa al Padiglione dei Paesi Nordici alla XLIV Biennale di Venezia. Le sue opere sono state esposte in prestigiosi musei nazionali e internazionali, tra i quali: Henie-Onstad Art Centre di Oslo, Musée d’Art Moderne et d’Art Contemporain di Nizza, Museet for Samtidskunst di Oslo, CCC Centre de Création Contemporaine di Tours, Palacio de Cristal, Parque del Retiro, Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid, Fondazione Merz di Torino, CAC Málaga Centro De Arte Contemporáneo di Málaga. Tra le mostre più recenti, nel 2014 ha preso parte alla seconda edizione di “Icastica”, ad Arezzo, creando una installazione d’olio nella Chiesa di San Domenico, sotto il crocifisso del Cimabue. Nello stesso anno espone a São Paulo, Brasile, in “Made by Brazilians…Creative Invasion”. Nel 2015 viene invitato a partecipare a “L’albero della cuccagna”, manifestazione ideata da Achille Bonito Oliva, realizzando una camera d’olio a Ca’ Pesaro, Venezia. Nel 2017, ha presentato una sua grande installazione all’inaugurazione del Centre de Création Contemporaine Olivier Debré a Tours, Francia. Nel 2018 ha partecipato a Manifesta 12, Palermo, con una oil room alla Cavallerizza di Palazzo Mazzarino, e nel 2019 ha creato una camera d’olio alla Carpintarias de São Lázaro, Lisbona. Per l’estate 2023 è prevista all’Henie Onstad Kunstsenter di Oslo un’importante personale dell’artista.
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Giorgio Persano è felice di ospitare per la prima volta in galleria Driant Zeneli, artista albanese che nel 2019 ha rappresentato il suo paese alla 58ª Biennale di Venezia. Con il video How deep can a dragonfly swim under the ocean? (A che profondità può volare una libellula sotto l’oceano?), proiettato nello spazio del giardino interno di Via Stampatori 4, l’artista racconta la metamorfosi di una libellula (insectobot) che, pur essendo in grado di muovere le ali, è condannata a non volare mai. Tra i meandri di uno spettrale labirinto di acqua e cemento, l’insetto dipende da una piovra per sopravvivere, ma allo stesso tempo ne è trattenuto, senza possibilità di allontanarsi dalla sua prigionia. Nella forma di favola, la libellula diviene metafora della vera esperienza di un ragazzo albanese, Rilond Risto, che nel 1999 fu condannato per un crimine a scontare ventuno anni d’isolamento nelle carceri albanesi. Seguendo la sua passione per l’arte e la tecnologia, durante la prigionia Risto riuscì a costruire con mezzi di fortuna insetti robotici. Il film è stato girato all’interno della Piramide di Tirana, fatta costruire dalla figlia di Enver Hoxha nel 1988 come mausoleo celebrativo per il dittatore. Negli anni, dopo la caduta del regime nel 1991, l’edificio è stato centro culturale, televisione privata, discoteca, nightclub e spazio di ritrovo di giovani. Oggi la costruzione sta perdendo la sua forma originaria, per venire trasformata dal gruppo di architetti MVRDV in un rinnovato spazio polifunzionale per la vita culturale del paese. Il lavoro di Zeneli è parte della trilogia The animals. Once upon a time… in the present time, ambientata tra edifici brutalisti balcanici: dopo il progetto alla Biblioteca Nazionale di Prishtina in Kosovo No wise fish would escape without flying (2019), nel quale un gruppo di bambini ha realizzato un pesce meccanico di carta impigliato nelle cupole di vetro e acciaio dell’edificio ed inseguito da uno squalo gonfiabile, Zeneli ha realizzato il video nella Piramide di Tirana (2021), per chiudere infine la trilogia con il lavoro The firefly keeps falling and the snake keeps growing (2022), girato nell’Ufficio Postale di Skopje in Nord Macedonia, prodotto dalla Fondazione In Between Art Film e commissionato da Manifesta 14 Prishtina Biennale. Gli animali meccanici di Zeneli incarnano paure, conflitti e speranze profondamente umane e, caricati del peso delle nostre battaglie, muovono i loro fragili ingranaggi in luoghi simbolo dei Balcani, la cui storia recente, dopo la caduta del muro di Berlino, è segnata da una cronica instabilità politica. Nel tentativo di affrancarsi da una società che – come la piovra – nutre ma imprigiona, i protagonisti di queste fiabe contemporanee sono perduti ma, ostinati, continuano a lottare: Ho due paia di ali quasi uguali, bellissime, ma non so volare. / Le mie ali erano mani di uomo. / Dell’uomo mi è rimasto il peso e la colpa. / Ho vissuto a ventuno metri di profondità, ogni metro è lungo un anno. / L’ho percorso tutto, centimetro dopo centimetro. / Le mie ali sono un ingranaggio perfetto, risalgono il labirinto oceanico, toccano la luce e ancora bisbigliano: libertà.