Gallery
Gagliardi e Domke, fondata a Torino nel 2003, ha perseguito scelte artistiche innovative, coinvolgendo linguaggi espressivi diversi, dalla pittura ai new media, dalla scultura alla Net Art, con un’attenzione spiccata ai giovani talenti nazionali e internazionali.
Nel gennaio 2011 Gagliardi e Domke rilancia la sua sfida e cambia sede trasferendosi in Via Cervino 16 in spazi post-industriali di 700 mq che comprendono magazzini, esposizione ed area produttiva.
Exhibits
26.06.2026 - 30.07.2026
opening: 25.06.2026
26.06.2026 - 30.07.2026
mostra #1
Paolo Basso ritorna in galleria con un solo show: ‘De Coloribus’, che mette a fuoco il pensiero digitale dell’artista stesso, che spazia tra scienza, arte e analisi sociale. Ora Basso pone il suo lavoro al centro delle sue riflessioni in rapporto con l’esperienza espositiva vissuta con la Galleria a Torino e maturata nel tempo fino alla presente personale, terza in ordine di successione, dopo Mitosi N. 20 e AcronimoCromia presentate nel 2024. Nella prima, ha proposto un’installazione video consistente in un’opera proiettata in loop accompagnata dal brano Roots Wide Web, scritto da Max Casacci (Torino, 1963) per l’album Earthphonia, che trasforma il colore in un processo percettivo esperienziale fondato sulla dinamica trasformativa degli atti di composizione e ricomposizione dei colori che accadono di fronte ai nostri occhi senza soluzione di continuità. Con una certa sorpresa, nella seconda, il bianco e il nero, analoghi a luce e ombra, si relazionano tra loro in uno stato di tensione che consentiva all’osservatore di immergersi in spazi diafani di realtà cosmica, nei quali si è attratti apparentemente da ciò che non c’è (ovvero il colore), proiettandoci ai confini di luoghi interstellari fascinosi, in cui si incontrano quelle singolarità o punti di collasso dello spazio-tempo, che nella ricerca visiva di Basso si trasformano in un punto di contatto propriamente non rappresentabile tra l’essere e il nulla.
Che cosa ci riserva questa nuova mostra di Basso? Paolo ci accompagna in una riflessione: alla vitalità intensa e combinatoria dei colori si contrappone il mondo (incolore) della “videosfera”, in cui siamo tutti intrappolati e che ci spinge ad azioni compulsive, trasformandoci in bulimici consumatori di immagini, in divoratori di miriadi di pics che scrolliamo quotidianamente e instancabilmente sugli schermi ammaliatori dei nostri smartphone senza differenziazioni di valori di nessun tipo. Ecco allora l’idea dell’artista di dare spazio – nel contesto dell’installazione immersiva, perno del percorso espositivo della sua personale – a questa furia incontrollabile e disordinata di flussi informativi interminabili, sottoponendoli al nostro sguardo come un insieme assiepato di scarti del visivo di cui facciamo parte, restituiti rigorosamente in bianco e nero.
Enrico Perotto, che ha esteso un testo critico sulla mostra dice che tali ‘bombe digitali’, anestetizzano le nostre capacità reattive e ci rendono sempre più dipendenti dalla ‘videocrazia’ che ci circonda. In ultima analisi, il lavoro digitale di Paolo Basso, da intendere come un’originale espressione delle forme più attuali della New Media Art, istituisce uno stretto dialogo tra il mondo reale e il digitale, dando origine a un’idea personale di medium come luogo di accadimento di relazioni, di scambio di pensieri e di possibilità di interagire con i dati digitali potenziandone la loro precipua proprietà.
Il logo della mostra, ideato da Paolo Basso interpella da Aristotele a Newton, ma noi ci fermiamo qui ad osservare le opere, per gli approfondimenti vi rimando al dotto testo di Enrico Perotto e al testo dell’artista stesso che alimenta il volume d’artista ‘De Coloribus’.
mostra #2
La decisione di presentare in galleria Giulio Mosca può apparire rivoluzionaria. E forse lo è se cerchiamo di individuare gli items che la galleria va cercando quando propone un artista o le sue opere: età, ossessione, connessione con i linguaggi farciti di ricerca tecnologica, imprescindibile, sempre, la capacità tecnica.
Bene: Giulio Mosca è un artista che ha iniziato la sua carriera fra la fine degli anni sessanta e gli anni settanta, mentre a Torino prendeva forma un movimento che poi si dimostrò ricco di potenzialità, frequentando gli artisti che di quel movimento erano l’anima, non vendendo, tuttavia, l’anima. Rimanendo cioè fedele a una sua visione – dell’arte e del mondo – che non urla e che rivolge lo sguardo all’ignoto – per molti ma non per lui – mi viene da pensare. Giulio Mosca è un artista che percorre ogni tecnica, dal disegno alla pittura alla scultura, in ogni sua opera trovi comunque lo spirito dello scultore. La mostra pervade gli spazi della galleria, la struttura architettonica, i percorsi, la luce fino a far pensare ad un progetto site specific. Nella realtà, nel caso di ‘Visioni’ Giulio Mosca colloca, con un naturale respiro tra le parti indicate, opere tridimensionali e a parete pienamente indicative della produzione dell’artista senza limiti di tempo. Un ampio sguardo abbraccia l’insieme dei lavori, dagli esordi fino al presente “chiarendo” in modo inequivocabile il fil rouge che ha alimentato il suo interesse per l’arte e la vita stessa: il mistero della condizione umana, declinata di volta in volta attraverso un’acuta capacità di percezione intuitiva, in aspetto filosofico, spirituale e concettuale.
Una necessità di esplorazione rivolta all’essere e al divenire. Alla memoria di un passato individuale e collettivo in apparente dissoluzione. Restando inevase molte risposte alle domande su chi siamo, cosa vogliamo, dove andiamo. Se l’uomo fosse solamente un corpo, la perdita di questo corpo metterebbe davvero fine all’identità umana. Se i profeti avessero detto il vero, l’uomo sarebbe essenzialmente di natura incorporea. Tutto ciò che non è legato alla mera transitorietà sarebbe strumento di conoscenza oltre all’apparenza, rappresentando l’immutabile. I simboli, antichi e quasi dimenticati, non appartengono ad un periodo piuttosto che ad un altro. Lasciarli cadere nell’oblio significa soltanto che diventeranno presto incomprensibili. “L’errore moderno”, come lo chiama J. Guitton consiste nel pensare che il problema di Dio riguardi la sola fede. Sembriamo essere ad una svolta della storia, alla fine di un’era, avviati ad un bivio, nel quale bisognerà decidere fra il bene e il male, la vita e la morte.
Il percorso meditativo di Giulio Mosca, ha attraversato lo spazio esistenziale. Non potendo prescindere dal misticismo cristiano della sua prima formazione, autentica e forte, ne ha riconosciuto la straordinaria carica energetica e l’ha mantenuta nel tempo. La visionarietà passionale e libera del suo temperamento si è accordata ad intuizioni intellettuali più rigorose in una regia quasi filmica di narrazione. Un dentro e un fuori immaginato, fisico e metafisico, che gioca con la realtà dello spettatore, con la sua identità più nascosta. Un “precipitato” di materiali e procedimenti, di colori e di forme che obbediscono ad un desiderio, semplicemente umano, di tradurre nel fatto l’infinito.
Paolo Basso, Creazione, 2026 – frame da video
15.05.2026 - 20.06.2026
opening: 14.05.2026
15.05.2026 - 20.06.2026
h 18.00 – 21.00
Al centro del progetto c’è la terra, nel senso del terreno, del suolo. Poi ci sono le pietre, soprattutto, cariche di simbolismi arcaici e magici, ci sono gli animali che abitano quei luoghi, in particolar modo i cavalli.
La natura, in questi lavori, diventa centrale, però, non tanto come soggetto passivo dell’obiettivo fotografico, quanto piuttosto come creatura viva, dotata di una propria anima e vita interiore.
28.03.2026 - 30.05.2026
opening: 27.03.2026
28.03.2026 - 30.05.2026
J&PEG, d’ora in avanti JANDPEG, è un gruppo artistico composto sempre da Antonio Managò e Simone Zecubi che torna per la quarta volta ad esporre alla galleria Gagliardi e Domke con una mostra intitolata Più delle Parole curata da Giacinto Di Pietrantonio. Il duo artistico, milanese d’adozione, questa volta ha scelto di mostrare la serie di nuove opere, intitolate Transfer, nei locali del piano terra della galleria. Sono 15 opere fotografiche analogiche di medie e grandi dimensioni e dunque diverse, per tecnica, dalle immagini digitali a cui JANDPEG ci aveva abituato in passato. Si tratta, in qualche modo, di un ritorno alla tecnica iniziale della fotografia in cui l’immagine non può essere, come avviene con la tecnologia digitale, inventata di sana pianta, ma deve stare di fronte all’obiettivo. Come sempre per le immagini e ancor più per quelle fotografiche, si tratta di filosofia delle immagini volte a dibattere il concetto di verità, divenuto ancora più urgente in un periodo storico in cui si va sempre più affermando la postverità. Una questione oggi percepita con urgenza, ma in verità sentita da sempre. Scrive in proposito Di Pietrantonio: “Si tratta di questioni su cui l’arte si divide se pensiamo che una delle riforme religiose più significative, ovvero quella luterana, 1517, che ha prodotto non poche riflessioni sull’arte, estromettendola dai luoghi sacri, a proposito della rappresentazione, per bocca di Lutero, parla delle immagini specchio. Vale a dire che è possibile rappresentare solo ciò che esiste veramente come ciò che si riflette in uno specchio e che quindi sta davanti ai nostri occhi, come in seguito sarà per la macchina fotografica di cui lo specchio è l’antenato. E cosa hanno messo davanti e intorno alla macchina fotografica i nostri JANDPEG? Il soggetto scelto come protagonista dell’opera è un semplice foglio di carta accartocciato, un oggetto normalmente utilizzato in piano per accogliere scrittura o disegno che qui con un’azione viene prima trasformato in corpo plastico. Quindi la scultura si aggiunge alle possibilità offerte dal foglio, elemento leggero che passa a simulare la pesantezza che nella foto la sfida sfuggendo alla gravità. Diventa così corpo plasmato ascensionale e levitante nello spazio cromatico creato dai JANDPEG con carte colorate per creare il fondo e giochi di luci, facendo così ricorso a quando dice Man Ray: “La luce può fare tutto. Le ombre lavorano per me. Io faccio le ombre. Io faccio la luce. Io posso creare tutto con la mia macchina fotografica.” Così fanno pure Antonio e Simone, alias JANDPEG, creando opere che, come filosofa Confucio, dicono più di mille parole. Ecco dunque spiegato il titolo della mostra nell’urgenza contemporanea di carpire i segreti e i segni delle immagini nostro nuovo alfabeto, dato che ogni giorno, dati Google, vengono postati circa 14 miliardi di immagini. Per cui noi dobbiamo imparare attraverso l’arte a leggere questo nuovo mondo, “infoiconosfera” (Luciano Floridi) fatto di miliardi di immagini. JANDPEG è un duo artistico che si forma a Milano nel 2006 da Antonio Managò e Simone Zecubi, dopo la frequentazione dell’Accademia di Belle Arti di Brera. Il loro lavoro si sviluppa nell’ambito dell’arte contemporanea attraverso un dialogo tra fotografia, pittura, performance, installazione e disegno, con una costante attenzione alla figura umana e alla sua complessità emotiva e simbolica. Le opere di JANDPEG indagano temi legati alla condizione umana, alla memoria e alla dimensione emotiva, attraverso composizioni evocative e una ricerca visiva che intreccia elementi scultorei, pittorici e fotografici. Le loro opere sono entrate in collezioni private e sono state esposte in istituzioni e musei, tra cui MART di Rovereto, Castello Sforzesco, Villa Reale e Palazzo della Regione a Milano, Boghossian Foundation di Bruxelles e Stadtgalerie di Kiel. I loro lavori sono stati inoltre pubblicati in riviste, libri e cataloghi d’arte.
10.10.2025 - 12.03.2026
opening: 09.10.2025
10.10.2025 - 12.03.2026
A un anno dalla propria nascita, l’Archivio Piero Fogliati è lieto di annunciare l’apertura del primo percorso espositivo che coinvolge il Comitato scientifico in un lavoro di ideazione, progettazione e curatela volto a restituire uno sguardo trasversale sugli oltre sei decenni di attività dell’artista.
Attraverso un ampio nucleo di opere, le cinque sale della Galleria tratteggiano le linee del progetto urbano a cui l’artista ha dedicato quasi tutta la sua indagine: la Città Fantastica, uno spazio in cui suoni, luci ed elementi naturali diventano esperienze estetiche e sensoriali.
Trasferitosi a Torino dopo la guerra e dopo aver vissuto l’infanzia in campagna, Fogliati si era trovato in un ambiente grigio e inquinato, che lo aveva spinto a immaginare spazi dove le persone, oppresse dal rumore e dal ritmo frenetico della città industriale, potessero trovare momenti di pausa e rigenerazione. I Liquimofoni, gli Anemofoni, i Fleximofoni, l’Aura cromatica, gli Svolazzatori cromocangianti di cui la mostra porta diversi esempi, sono alcuni dei dispositivi con cui Fogliati intendeva attivare queste stazioni di raccoglimento e liberazione, e con cui prendeva corpo l’idea, tanto poetica quanto visionaria, di nutrire l’immaginazione degli individui con opere che impiegassero elementi naturali come l’acqua, l’aria e la luce.
Queste installazioni pensate per far suonare il vento e i fiumi, o per colorare le gocce di pioggia, sono raccontate anche nella fitta produzione di Disegni e Fissazioni che, ben lontani dall’essere meri strumenti progettuali, per Fogliati erano piuttosto i luoghi dell’affermazione poetica, della condivisione del pensiero e di una prima declinazione visiva dell’opera. Grazie a un uso sintetico ma potente del segno e all’impiego puntuale della parola, il ciclo delle carte allarga quindi ulteriormente i confini stabiliti dalle macchine, portandoci al centro di una visione in cui lo spazio è inteso come una entità fluida attraversata dagli elementi naturali, e le opere, a partire da questi stessi elementi, creano sorprendenti esperienze poetiche e narrative.
Insieme alle macchine e alle opere su carta, la mostra presenta infine alcuni lavori inediti appartenenti agli anni dei suoi primi esordi: è anche a queste opere che è affidato il compito di trasmettere al pubblico il veloce ritmo dell’evolversi della sua visione e del suo linguaggio.
La mostra alla Galleria Gagliardi e Domke Contemporary di Torino, è solo una delle diverse attività in cui l’associazione si è impegnata fin dai suoi primissimi momenti di vita. Grazie a «Memoria Assente/Presente», un progetto dedicato agli archivi sommersi e alla mappatura della Torino culturale del secolo scorso avviato dalla sinergia tra Allemandi Editore e la società di Collection management Emblème, l’Archivio Piero Fogliati ha infatti avuto l’eccezionale opportunità sia di compiere un importante passo avanti nel processo di digitalizzazione della produzione di Fogliati, sia di lavorare a una corposa monografia che verrà data alle stampe all’inizio del 2026.
Entro la fine del 2025 verrà infine aperto il profilo Instagram dell’Archivio, con l’obiettivo di condividere la storia umana e professionale dell’artista con il pubblico dei social e le giovani generazioni.
Originario di Canelli (1930), Piero Fogliati ha vissuto e lavorato prevalentemente a Torino.
A partire dagli anni Cinquanta si dedica alle arti visive, sperimentando da autodidatta l’espressione pittorica, sia figurativa sia astratta-informale. La ricerca di uno stile personale e la fiducia nei confronti dell’autonomia del linguaggio artistico si coniugano ben presto con la forte passione per la scienza e la tecnologia. Esplorando la percezione sensoriale e i fenomeni naturali, Fogliati costruisce macchine dotate di un’estetica sublime e raffinata connessa alla sfera visiva-acustica.
Fogliati coniuga bellezza e percezione, manifestando la sua fiducia nell’immaginazione ma anche il suo affetto sincero e gioioso nei confronti dell’uomo. Le opere dell’artista sono infatti legate all’ideazione della Città Fantastica, un vasto progetto di interventi urbani in cui i suoni, le luci, gli elementi atmosferici e gli ecosistemi idrogeologici si trasformano in esperienze estetiche e sensoriali (un “sogno globale” che Fogliati sviluppa a partire dai primi anni Sessanta). In questo periodo si segnalano le prime mostre personali a Firenze, Roma e Torino, fino alla partecipazione alle due Biennali di Venezia del 1978 e del 1986, alla Biennale giapponese ARTEC di Nagoya del 1997, alla mostra “FASTER! BIGGER! BETTER! Signet works of the collections” del 2006 dedicata all’arte contemporanea degli ultimi cinquant’anni presso lo ZKM di Karlsruhe. La consacrazione torinese giunge nel 2003 con un’importante antologica dal titolo “Piero Fogliati il poeta della luce”.
Sue opere sono presenti alla Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, al Museion di Bolzano, alla Galleria Comunale di Cagliari, al MACRO di Roma, al Museo Technorama der Schweiz di Winterthur, al Musée de l’énergie électrique di Mulhouse, all’AT&T Foundation, alla “Cité des Sciences et de l’Industrie” di Parigi (che nel 1992 gli ha dedicato la mostra personale “Sculpter l’invisibile”), nonché in numerose e importanti collezioni private, tra cui la Fondazione Giuliano Gori a Santomato e la Collezione Panza di Biumo di Lugano.
Piero Fogliati si è spento a Torino il 25 marzo 2016, all’età di 86 anni.
martedì/venerdì ore 15.30/19.30
26.07.2025 - 18.09.2025
opening: 25.07.2025
26.07.2025 - 18.09.2025
Chiudiamo per le vacanze dal 25 luglio al 2 settembre, ma rimaniamo a disposizione per accogliervi su appuntamentoper visitare la mostra.
Al rientro, dal 3 al 18 settembre, la mostra continuerà ad essere visibile negli orari canonici. Il 18 settembre (giornata dedicata dalle Gallerie TAG all’Ouverture della stagione) per noi sarà un’inusuale occasione per un finissage e per invitare tutti all’inaugurazione, il 9 ottobre, di una grande mostra dedicata a Piero Fogliati, mostra di presentazione dell’Archivio Fogliati.
La mostra in corso, che vi attende dal 3 settembre, è dedicata in prevalenza alla fotografia e ad alcune espressioni video, di ricerca digitale e di pittura che si nutrono della fotografia, o che senza di essa non avrebbero potuto esistere, ma anche ad alcune opere di video scultura che eccezionalmente hanno raggiunto la mostra in questi ultimi giorni di luglio.
Protagonisti della mostra: Olaf Breuning, Davide Maria Coltro, Paolo Consorti, Giuliana Cuneaz, Daniele D’Acquisto, J&PEG, Margot Quan Knight, Paola Risoli, Santissimi, Eva Schlegel, Francesco Sena, Marco Silombria, Miha Strukelj, Aurore Valade e Glaser/Kunz.
Tutti uniti da un comune intento di svelare quanto c’è sotto (o dietro) la superficie della pelle, di un abito, di un frame, di un moto dell’anima, della crosta terraquea, di una notizia.
Una mostra che invita a riconsiderare la portanza – per nulla indifferente – che il contenuto poetico di ogni opera esposta ha nell’avvolgerci in un soffice bozzolo protettivo, utile a proteggerci in questa era che definirla fragile pare un eufemismo.
La galleria, coordinandosi con le altre Gallerie TAG in occasione di Ouverture, il 18 settembre, resterà aperta dalle 17 alle 23.
04.07.2025 - 26.07.2025
opening: 03.07.2025
04.07.2025 - 26.07.2025
The work presents six South African story tellers, actually street poets, who offer pearls of wisdom in a poetic form. Thoughts about sensitive matters related to human kind, life experience and social role. A stimulating experience for our eyes, and even more for our souls. The work moves us towards sensitive issues, and helps to start thinking about the human condition: never like today we need to be stimulated to rethink how human kind should give continuity to its role in the universe, and Voices III offers a bright opportunity to start the process.
13.04.2025 - 21.06.2025
opening: 12.04.2025
13.04.2025 - 21.06.2025
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06.12.2024 - 14.02.2025
opening: 05.12.2024
06.12.2024 - 14.02.2025
Paolo Consorti, filmmaker, performer, artista digitale, pittore, ritorna da Gagliardi e Domke con FIGHTERS, l’ultimo ciclo di pitture in cui riassume alcuni temi fondamentali del suo percorso artistico. Il paesaggio futuribile e post-apocalittico, tutto pittorico ma segnato dai processi digitali, che restituisce una natura vista nella sua dimensione primordiale e l’uomo, in perenne dissidio con se stesso, i suoi simili e la natura stessa. Figure e spazio si dissolvono le une nell’altro, dando vita a visioni mutevoli e dinamiche che spostano l’immaginazione su un futuro in cui uomo e mondo sono raccontati nella loro nuda essenza. La collocazione temporale sospesa, indecifrabile e volutamente indefinita, posiziona l’opera fuori dalla storia, in un classico tempo interiore che sfugge alla catalogazione e di cui reclama a gran voce la complessità.
DAL MARTEDI’ AL VENERDI’ ORE 15,30 – 19,30
31.10.2024 - 04.04.2025
opening: 30.10.2024
31.10.2024 - 04.04.2025
Giuliana Cunéaz nella mostra QUI MA NON ORA presenta le ultime fasi della sua ricerca iniziata anni fa con il video, passata attraverso l’esperienza del 3D e approdata ora all’AI. • La belle au bois dormant è un’installazione interattiva realizzata con l’uso dell’Intelligenza Artificiale. Il lavoro consente allo spettatore di avere un’esperienza emozionale. Non c’è più una singola opera da contemplare, bensì un’azione che colloca al centro la personalità del singolo fruitore. Ciascuno, sdraiandosi sul letto si trova di fronte a una visione individuale proiettata su un monitor incastonato nella parte interna del baldacchino. •Il titolo dell’opera ha come riferimento La bella addormentata nel bosco, la celebre fiaba di Charles Perrault, con la differenza che si chiede allo spettatore di lasciarsi trasportare in un universo onirico senza addormentarsi. E’ lui stesso a innescare il procedimento scrivendo una frase su un tablet. La tipologia grafologica dello spettatore determina la comparsa delle immagini sul monitor e le loro caratteristiche. •Per ogni spettatore che desidera interagire con il lavoro compare un’animazione personalizzata di trenta secondi e ciascuno avrà un personale “sogno” da ricordare. Segno e sogno trovano così una loro sintesi in base a un’indagine dove l’artista sviluppa in maniera del tutto innovativa la sua poetica interagendo con i processi d’Intelligenza Artificiale. Il risultato si modifica di volta in volta e l’osservatore si trova a visualizzare le proprie emozioni dopo essersi comodamente adagiato sul letto. Il tutto avviene live e pochi istanti dopo aver lasciato la propria traccia segnica, le immagini compaiono sul monitor.
Fino al 22 novembre 2024 Prosegue la personale di Davide Maria Coltro
Di Davide Maria Coltro, accreditato come inventore del quadro elettronico, la cui personale – in costante, continua mutazione imperniata su una approfondita ricerca sull’astrazione – prosegue fino al 22 novembre. Valentina Bianchi, curatrice della mostra, dice: … a partire dalla fine degli anni Novanta, Coltro ha esplorato il linguaggio fluido dei mezzi digitali, prefigurando non solo le tendenze artistiche contemporanee, ma le modalità stesse in cui le immagini oggi si diffondono e esperiscono … … i Quadri Mediali di Davide Maria Coltro possono sorprenderci perché sfuggono a certe aspettative di staticità, univocità, e permanenza su cui la pittura spesso si basa; ma più della texture, del soggetto, del trattamento della luce, ciò che le tele sovvertono è la distribuzione della nostra attenzione. Non basta uno sguardo per coglierne la presenza, l’esistenza. Per loro natura di flussi variabili e ininterrotti, i quadri non possono che essere esperiti in modo parziale: non importa quanta concentrazione dedichiamo loro, delle tele possiamo assistere a una serie finita di momenti. L’esposizione dei Quadri Mediali non rappresenta il momento conclusivo della creazione artistica, ma uno spaccato sul processo … … l’innovazione di questa indagine di Coltro non si riscontra tanto nella relativa novità del medium impiegato, quanto nella esplicitazione del cambiamento costante dell’arte e della nostra percezione: quando uno schermo viene installato nella galleria o nella casa di un collezionista, esso diventa un portale attraverso cui fluisce un’esperienza pittorica che esiste già in potenza, e che anzi esiste con più originalità in quell’intervallo tra la creazione e la presentazione.
Apertura straordinaria sabato 2 novembre fino alle ore 23,00 – notte delle Gallerie TAG per Artissima 2024 Gagliardi e Domke Via Cervino 16 10155 Torino. Tel 01119700031 info@gagliardiedomke.com www.gagliardiedomke.com
20.09.2024 - 18.10.2024
opening: 19.09.2024
20.09.2024 - 18.10.2024
SURPRISE è un evento inatteso, una mostra inconsueta, che propone più aspetti su cui l’atteggiamento dei visitatori potrà dirsi se non di sorpresa, almeno di sovvertimento dei paradigmi cui essi stessi ricorrono abitualmente per immergersi nelle mostre d’arte, come semplici fruitori o come collezionisti. Primo e più evidente boulversament sarà quello che genererà l’osservare DAVIDE MARIA COLTRO – l’inventore del quadro elettronico – intervenire sulle sue tele elettroniche. Certo – è noto a tutti – qualche artista sovrappone, ha sovrapposto nel tempo, una sua opera ad un’altra, nella foga creativa, magari per l’urgenza di creare e la contemporanea necessità di risparmiare sulla tela, lasciando così che siano i posteri a scoprire quanto da lui occultato. Sicuramente nessun collezionista sovrappone un quadro ad un altro sulla stessa parete per mancanza di spazio, una delle due opere guadagnerà la parete e l’altra la cantina o nel migliore dei casi un caveau, dipende dal collezionista… e dall’opera. Ora, non è azzardato sostenerlo, non esistono più problemi di centimetriquadri, la stratificazione dei lavori diventa oggi possibile offrendo al collezionista – grazie alle intuizioni di Coltro – l’opportunità di fruizione e di condivisione di più opere nello stesso spazio, la possibilità di seguire, senza vincoli di spazio-tempo l’evoluzione delle sue opere. Via libera quindi non solo al collezionismo colto, metodico, anche al collezionismo compulsivo. Non vi sembra una sorpresa?
Il secondo paradigma da sovvertire riguarda il colore, PAOLO BASSO propone la sua ricerca che sfocia e si condensa in un termine: ACRONIMOCROMIA Non vado oltre, certo ora c’è, ci sarebbe, buon’ultima, l’intelligenza artificiale su cui ragionare.
In ogni caso quel che è certo che ogni artista di galleria presente in SURPRISE sarà ri-leggibile, magari nel dialogo spregiudicato fra opere, in maniera inconsueta se non sovversiva.
Pietro Gagliardi
Orari: ma-ve 15,30-19,30